Libri: I trentenni (parte I)
La nostra è un’associazione giovane: composta da giovani e che si vuole rivolgere soprattutto ai giovani. Ma chi sono i giovani di oggi, e quali le caratteristiche che ci differenziano da ogni altra generazione?
Tempo fa lessi una durissima affermazione di Umberto Galimberti, il quale disse: quella dei giovani, oggi, è una generazione che ha un’unica preoccupazione: procurarsi un’incredibile quantità di tempo libero per assaporare fino in fondo l’assoluta insignificanza del proprio peso epocale. Questa frase (che tradotta suona così: i giovani non contano nulla, e non ci tengono nemmeno) cos’ha di vero? Cosa dice di noi e del tempo in cui viviamo?
Per rispondere a queste domande, mi riferirò alla psicoterapeuta francese Françoise Sand che, in un saggio-intevista dedicato interamente alla generazione nata nel decennio 1968-1978, definisce con linguaggio chiaro e sintetico le ‘nostre’ caratteristiche. Seguirò la scansione suggerita dall’autrice, dividendo in cinque temi, e altrettanti post, l’intero argomento.
I. I trentenni: caratteristiche della ‘generazione mongolfiera’.
I giovani in un’età compresa tra i 25 e i 35 anni prolungano l’adolescenza di una decina d’anni, senza alcuna fretta di entrare davvero nell’età adulta. […] Questa generazione “mongolfiera” è caratterizzata da una lunga post adolescenza nel corso della quale dà l’impressione di galleggiare al di sopra della realtà.
Questa post-adolescenza, spiega la Sand, è un periodo di latenza caratterizzato da tormentosi interrogativi, ma anche da molto benessere e molto piacere. La società, infatti, offre occasioni, possibilità ed opportunità straordinarie (anche sul piano erotico-sentimentale, dove la parola ‘impegno’ viene pronunciata il più tardi possibile) in cui i giovani si tuffano con entusiasmo, rimandando continuamente il confronto con la realtà.
Questa apparenza ludica nasconde, però, profonde insicurezze, domande sul senso della vita, voragini di bisogni che non vengono né riconosciuti né colmati, almeno fino al momento in cui un evento particolarmente significatico (e spesso drammatico, come la morte di un genitore o un incidente) non costringe l’individuo a confrontarsi giocoforza con questa realtà.
La generazione dei nostri genitori invece, vissuta all’ombra del ‘68, sapeva dove andare e come andarci: cresciuti nel difficile periodo del dopoguerra, impegnati nella vita associativa e motivati da ideali forti e condivisi, i nostri genitori credevano fermamente nella possibilità di cambiare e migliorare il mondo. Atteggiamento che a noi, invece, è estraneo: chiusi nella nostra individualità (che spesso sfocia in una sorta di autismo emotivo e narcisistico), il contatto con l’altro appare problematico e ambivalente.
Se da un lato sentiamo il bisogno di ‘prendere le distanze’ dall’altro per poterci pascere nel nostro individualismo sfrenato, d’altro canto abbiamo necessità di lui per trarne conferme. Da qui, l’atteggiamento spesso morboso verso i cellulari, l’esigenza di stare sempre ‘connessi’, sempre reperibili: per dimostrare a noi stessi che non siamo soli.
Concludendo: per diventare adulti - dice la Sand - occorre superare ostacoli materiali e simbolici. I nostri genitori ci hanno educato in maniera tale da non svezzarci mai da quel delirio di onnipotenza che caratterizza una certa fase dell’infanzia; ci hanno comunicato l’illusione che noi avremmo potuto tutto, conoscere tutto, avere tutte le possibilità a nostra disposizione… Questa errata convinzione ci ha condotto ad imboccare mille direzioni, senza però essere in grado di sceglierne veramente nessuna.
La settimana prossima vedremo da vicino il rapporto tra generazioni: quella dei nostri genitori e la nostra, cresciuta sulla scia della rivoluzione sociale e individuale attuata dal ‘68.
(La rubrica Libri tornerà mercoledì 26 marzo)

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