I dieci comandamenti di Andrej Longo
“Dieci” è un romanzo crudele: attraverso dieci racconti, che si ispirano agli altrettanti comandamenti divini, emerge - potentissima - la tragica voce, antropofaga, di Napoli e della sua periferia. Scritto in un italiano dialettale, il libro si legge con una scorrevolezza che nulla toglie alla violenza delle storie narrate, anzi: la amplifica e la rende drammatica, icastica.
Alcuni racconti arrivano allo stomaco duri come un pugno. Penso, in particolare, a “Non nominare il nome di Dio invano” che, nella sua struttura a spirale discendente (una sorta di discesa agli Inferi), ricorda in qualche modo il Buzzati di Sette piani, aggiungendovi, però, un surplus di disperazione morale e devastazione che si comunica con immediatezza al lettore, lasciandolo in balia di una cupa amarezza.
Del romanzo di Longo due sono gli aspetti che non mi hanno del tutto convinto, benché trovi quest’opera interessante e bella: da un lato la scarsa originità del concetto di partenza (le vicende ispirate ai dieci comandamenti, appunto); e dall’altro l’assenza di un barlume - seppur flebile - di speranza, di positività dell’esistenza. Anche in “Ricordati di santificare le feste” - forse il più confortante dei ritratti tratteggiati dall’autore - l’amarezza e il dolore sono dietro l’angolo, e l’attesa della felicità (proiettata sempre in un futuro a venire che non si realizza mai, come fosse la promessa di una vita dopo la morte) è circondata da un alone di impotente rassegnazione.
A mio parere, Dieci rimane comunque una delle opere più interessanti che recentemente siano apparse nel panorama letterario italiano e, soprattutto, lascia addosso il desiderio di una seconda e più approfondita lettura. Il che, sicuramente, è indice di un libro complesso e di qualità, che non si lascia afferrare facilmente ma che facilmente si radica nella coscienza di chi legge.

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