Libri: Lo strano caso di una quarta di copertina

category Libri Valentina 7 Maggio 2008

Tempo fa acquistai alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires l’opera prima del grande Dostoevskij: Povera Gente, edizione Rizzoli. Un libro smilzo (200 pagine appena) che - recita la quarta di copertina - alla sua uscita, nel 1846, fu salutato come il “capolavoro di un genio”. Dostoevskij è sicuramente uno dei miei autori preferiti: l’idea di leggere la sua opera prima, quindi, mi incuriosiva.

Povera Gente è un romanzo epistolare. Scelta anomala, se si pensa all’intero corpus delle opere dello scrittore russo. I grandi romanzi della maturità, infatti, sono ricchi di intrecci, di personaggi, storie e vicende che si incastonano fra di loro. Il romanzo epistolare, invece, e per definizione, è un’opera in cui l’intreccio è sacrificato per poter meglio indagare la sfera interiore, psichica ed emotiva dei protagonisti.

La trama, in questo caso, è talmente esigua che - così almeno dovrebbe essere - è difficile non coglierla ad una prima, per quanto superficiale, lettura. Invece, a quanto pare, non è così.

La quarta di copertina ci presenta la storia in questo modo:

Due giovani si scrivono, si raccontano le loro piccole vicende quotidiane, le loro speranze, i loro sogni. Nasce così un amore che potrebbe aprire a entrambi la via della felicità, ma la loro miseria è tale che la ragazza deciderà di sposare un uomo non più giovane ma ricco, nella folle speranza di poter aiutare il suo infelice amico.

Immaginando di trovarmi di fronte ad una straziante vicenda d’amore e sacrificio, inizio la lettura. Mi appare subito chiaro che i protagonisti non sono affatto “due giovani”. Lei, Varvara Aleksjejevna, è in effetti una giovane orfana. Ma lui, Makar Aleksjejevic, è un anziano funzionario. I conti non tornano: lui dice di provare per lei un “affetto paterno” e di fatto - pur nella scarsità del suoi mezzi - ne è il protettore e consigliere. Probabilmente egli ne è innamorato, ma di questo “amore romantico”, di questo “idillio” non c’è traccia nelle lettere, se non alla fine quando Varvara deciderà di sposare “l’anziano ma ricco” Bykov.

Non solo. La quarta di copertina induce il lettore a credere che i due protagonisti si scrivano lettere zeppe di sogni, fantasie e progetti comuni. Altro errore! Le lettere sono zeppe di angosce, disgrazie, povertà e umiliazioni. I due si raccontano di quanto in basso sono caduti, a quale infimo livello di povertà e disperazione sono arrivati. Le vicende di cui scrivono riguardano prestiti non concessi, stivali che cadono a pezzi, vicini di casa che muoiono e meschinerie.

Ma l’errore più grossolano riguarda il finale. Parrebbe che la giovane Varvara si sacrifichi per amore di Makar e, nel tentativo “di aiutarlo”, sposi un altro, ben sapendo che “la felicità” intravista con il funzionario non potrà mai realizzarsi. Il finale, invece, è esattamente questo: nel momento in cui le cose cominciano ad aggiustarsi, e Makar ottiene del denaro che potrà aiutarlo a risollevarsi dalla miseria in cui vive (aiutando al tempo stesso la sua giovane protetta), Varvara, senza pensarci due volte, accetta l’inattesa proposta di matrimonio del gretto Bykov credendo sia l’unico modo per sfuggire ad una vita di stenti e di duro lavoro.

Non solo: incurante delle implorazioni di Makar a restare con lui, Varvara comincia a scrivergli lettere sempre più brevi e sempre più opportunistiche, chiedendo al pover’uomo di fare, in vece sua, tutta una serie di commissioni in vista dell’imminente matrimonio. Celebrato il quale, la giovane si trasferirà nella steppa sottraendosi una volta per tutte al sentimento sincero e disinteressato del suo vecchio amico.

Insomma: due storie ben diverse.

Valentina

 

(La rubrica Libri tornerà mercoledì 14 maggio)

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